Confessioni di una maschera | Yukio Mishima

Confessioni di una maschera è un romanzo di formazione dell’autore Yukio Mishima, che condanna la cultura giapponese, violentemente e disperatamente estetizzante.

Protagonista, assieme a Kawabata e Tanizaki, della rinascita della narrativa nipponica del ‘900, questo romanzo, pubblicato nel 1949, ci racconta il dramma di un giovane che è costretto a nascondere la propria omosessualità e la propria indifferenza carnale nei confronti del genere femminile.

A quei tempi e in quel contesto sociale infatti, la dignità e l’onore costringevano a nascondere, come un grave peccato di cui vergognarsi, l’omosessualità. Per tale ragione dunque, il giovane è costretto a fingere di amare la sorella di un amico, mentre si strugge per il desiderio di corpi maschili.

La tragedia risiede nella rinuncia, da parte di questo giovane, a vivere pienamente la propria vita illudendosi di poter diventare finalmente “normale” corteggiando fanciulle che non desidera ed indossando una maschera che finisce per distruggerlo poco a poco.

L’inutile tentativo di ingannare il mondo lo porta ad ingannare prima di tutto sé stesso, intrappolato in una normalità che di normale, per lui, non ha nulla.

La prima pagina del romanzo:

Per molti anni continuai a sostenere ch’ero capace di ricordare cose viste all’epoca della mia nascita. Da principio, ogni volta che lo dicevo, i grandi si mettevano a ridere, ma poi, sospettando la velleità di raggirarli, guardavano con astio la faccia pallida di quel fanciullino senza fanciullezza. Di quando in quando mi capitava di dirlo in presenza di visitatori che non erano intimi amici di famiglia; allora la mia nonna, per paura che mi giudicassero un idiota, mi dava seccamente sulla voce ordinandomi di andar a giocare altrove.
Di solito, mentre ancora la loro ilarità si smorzava nel sorriso, i grandi passavano a cercare di contraddirmi con qualche spiegazione più o meno scientifica. Nel tentativo di escogitare argomenti adatti a far presa sulla mente d’un bimbo, intonavano sempre uno sproloquio improntato di notevole zelo drammatico, affermando che gli occhi dei piccoli non sono aperti alla nascita, e che, se anche fossero ben spalancati, sarebbe impossibile che il neonato possa scorgere le cose con chiarezza sufficiente a ricordarle.
“Non ti par giusto?” dicevano, scrollando l’esile spalla del bambino tuttora incredulo. Ma proprio in quel punto sembrava li colpisse l’idea che stavano per lasciarsi accalappiare dai suoi trucchi: anche l’idea che stavano per lasciarsi accalappiare dai suoi trucchi: anche se per noi non è che un bimbo, sarà meglio stare in guardia contro di lui,. Questa canaglietta d’ingegna certamente di prenderci in castagna, di costringerci a parlargli di “quella tal cosa che fanno i grandi”, e nulla gli impedirà di chiedere, con innocenza ancora più disarmante: “Da dove sono venuto io? Come son nato?”. E alla fine mi squadravano di nuovo, in silenzio, con uno scialbo sorriso gelato sulle labbra, a dimostrare che, per qualche ragione di cui non sarei mai venuto a capo, il loro amor proprio era stato profondamente offeso.

Era gelosia. Era una gelosia abbastanza feroce da impormi di sconfessare di proposito il mio amore per Omi. Probabilmente la necessità che cominciavo a sentire press’a poco in quell’epoca, di sottopormi a un corso d’autodisciplina spartana, era implicita nella situazione. (Il fatto ch’io stia scrivendo questo libro costituisce già un esempio dei miei sforzi continui in tal senso). A motivo della mia salute cagionevole e della premura esagerata che tutti si davano per me fin da quando ero piccolo, ero sempre stato così timido che non osavo nemmeno guardare la gente negli occhi. Ma ora mi assillava un unico precetto: “Sii forte!”
Allo scopo di attuarlo, escogitai un esercizio che consisteva nel fissare con aria truce in piena faccia questo o quel passeggero dei tram in cui facevo il percorso quotidiano fra casa e scuola. In genere quei passeggeri, che sceglievo a casaccio, non tradivano segni particolari di timore davanti al cipiglio d’un pallido, gracile ragazzino, e si limitavano semplicemente a distogliere gli occhi, come se fossero infastiditi; soltanto di rado succedeva che mi squadrassero anche loro a muso duro. Quando non sostenevano il mio sguardo, lo consideravo un trionfo. In questa maniera mi allenai gradualmente a fissare il mio prossimo negli occhi…

Quali sentimenti proverei se fossi un altro ragazzo? Quali sentimenti proverei se fossi una persona normale? Fui ossessionato da queste domande. Mi torturarono, distruggendo istantaneamente e radicalmente perfino quell’unico frammento di felicità che avevo creduto di possedere per certo.
A lungo andare la “recita” è diventata una parte integrante della mia natura, riconobbi fra me. Non è più una recita. La consapevolezza con cui continuo a camuffarmi da individuo normale ha corroso addirittura quel minimo di normalità che magari possedevo in origine, e ha finito così col farmi dire e ridire a me stesso che anche questa era una semplice parvenza di normalità. In altre parole, sto diventando una di quelle persone incapaci di credere a nulla che non sia contraffatto. Ma se questo è vero, allora il mio tentativo di voler considerare una mera contraffazione l’attrattiva esercitata da Sonoko su me potrebbe non esser altro che una maschera intesa a celare il mio autentico desiderio di credermi sinceramente innamorato di lei. E quindi forse sto diventando una di quelle persone incapaci di agire contrariamente alla loro natura genuina, e forse l’amo sul serio…

Non è una lettura facile, per capirci alla Murakami. Questa storia straziante, come si può vedere dalle parti del libro che ho citato, è stata scritta con un linguaggio estremamente raffinato, quasi poetico. L’autore utilizza la prima persona, e racconta al lettore alcuni episodi molto frustranti in cui il protagonista si costringe ad indossare una maschera rinnegando la propria natura che lo porterebbe ad essere omosessuale. Con un enorme sforzo dettato dal desiderio di compiacere la società in cui vive ed il rigido modello che essa impone, il giovane che si racconta nel romanzo rinnega le proprie pulsioni, i propri desideri, fino a quando non è costretto ad accettarsi per quello che è. Il protagonista non si risparmia nelle descrizioni minuziose dei propri stati d’animo, delle proprie sensazioni, dei propri pensieri, delle preoccupazioni che lo assillano, dei dubbi che lo attanagliano.

La maschera che il protagonista indossa nasconde il dolore e la frustrazione di un giovane che non si accetta e che non viene accettato per ciò che è. Si sente immorale per il fatto di essere diverso, ma l’immoralità risiede davvero nella diversità?

Per comprendere a fondo questo libro sarebbe consigliata prima qualche lettura sulla cultura e mentalità giapponese, molto diversa dalla nostra.

Ci sono opinioni molto contrastanti su questo libro. C’è chi lo ha trovato toccante, straziante, intenso, dalla narrazione avvincente e che sprona a continuare la lettura, e chi l’ha trovato noioso, privo di pathos, pesante da leggere, per nulla avvincente ed anzi faticoso da terminare.

Personalmente da amante della letteratura giapponese devo dire che sono “di parte”. Mi sento dunque di consigliare questo libro a chi ama l’introspezione, a chi non ama i romanzi con personaggi “vuoti” e senza alcun spessore. Il protagonista di Yukio Mishima è vivo, con i suoi pregi e i suoi difetti. E soffre per una situazione che non può, e non vuole, cambiare ma che lo sta lentamente distruggendo.

Mi sento però di sconsigliare questa lettura a coloro che sono abituati a romanzi più “leggeri”. In generale i giapponesi indagano molto gli stati d’animo e le emozioni dei loro personaggi, e chi di un libro ama soprattutto la storia, la trama, potrebbe trovare “Confessioni di una maschera” noioso, ripetitivo e incolore.

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