La mansueta. Il sogno di un uomo ridicolo | Fedor M. Dostoevskij

La voce narrante, il carnefice, lancia un grido di dolore per quello che è accaduto e che non ha potuto impedire come marito, come persona che avrebbe dovuto essere la più vicina tra tutte alla donna che ha sposato.
Questo racconto è la storia di due anime sole che si sono incontrate senza capirsi, senza amarsi, senza volersi ma al tempo stesso aggrappandosi l’un l’altra, seppure rinchiusi in una gabbia di infelicità che era diventato il loro matrimonio. Alla fine il protagonista e sua moglie sono travolti da una serie di sentimenti terrificanti nascosti sotto un velo di silenzio profondo: l’odio, il disgusto, il dolore, il disincanto. La moglie, travolta e sconvolta da queste orrende emozioni, non sopporta più il suo aguzzino e la gabbia nella quale l’ha rinchiusa e cerca una via di fuga nel modo più drammatico: togliendosi la vita.
Il marito riesce finalmente a comprendere la moglie quando ormai è troppo tardi ed è questa la vera tragedia.

Quando si parla di un autore di così alto livello come è Dostoevskij è veramente difficile fare critiche ad una sua opera, dal momento che i suoi scritti sono considerati tra le più alte espressioni della letteratura di tutti i tempi. Nella sua lunga produzione letteraria, che va dal 1845 al 1877, brilla questa piccola perla, il cui titolo è stato anche tradotto “La mite”.

Si tratta di un piccolo libro, poco meno di 100 pagine, ma è estremamente potente perché sempre attuale. Un libricino intimo, introspettivo, nel quale molti possono rivedersi, per le analisi che vengono fatte dal protagonista, un marito meschino che riflette sui motivi che hanno spinto la giovane moglie al suicidio. E’ un dialogo che il protagonista porta avanti con sé stesso, un monologo dunque, racchiuso in un libro, nel quale egli si accusa, si discolpa, giunge infine ad una conclusione.

Non è forse vero che spesso in un matrimonio è presente un’incomunicabilità, e che marito e moglie si comportano come due estranei che condividono un tetto e null’altro.

I sentimenti che si sono spenti lungo il corso degli anni e l’infelicità di una coppia che non ha più nulla da dirsi portano ad un epilogo a volte tragico come questo, ispirato ad un fatto di cronaca.

Un usuraio è il protagonista di questo racconto di Dostoevskij. In passato ha dovuto abbandonare la carriera militare per non avere accettato una sfida a duello. Probabilmente frustrato a causa di questo deprimente trascorso, egli decide di sposare una donna remissiva sulla quale poter esercitare il proprio dominio e in qualche modo “riscattarsi”. Ma la donna, ingabbiata in un matrimonio infelice che la porta a disprezzare il marito, piuttosto che continuare a vivere così, preferisce suicidarsi. Ecco che il titolo “la mansueta” o “la mite” ci fa capire cosa porta la donna a compiere un gesto così tragico. Ad un certo punto, nel corso del loro matrimonio, il protagonista cerca di diventare una persona migliore e di conquistare la donna che ha sposato ma purtroppo è ormai tardi perché la donna si è costruita un’opinione di lui che non cambierà fino alla fine.

Quante coppie, seppur sposate, seppur condividendo una vita insieme, soffrono di solitudine. Anche la moglie dell’usuraio si sente sola, e allo stesso modo si sentirà lui quando la consorte compirà il gesto terribile di togliersi la vita. Entrambi non sono riusciti ad incontrarsi, chiusi ognuno nel proprio mondo pieno di pregiudizi.

Questo non è propriamente un libro. E’ un racconto racchiuso in un libro, un’opera da leggere tutta d’un fiato che ci offre uno spaccato della vita matrimoniale non proprio idilliaco ma che fa molto riflettere e potrebbe anche avere un effetto curativo su molte coppie.

Il protagonista, ferito, umiliato e fragile, negherà i propri sentimenti verso la moglie per fuggire da un passato doloroso che lo tormenta continuamente e lo spinge a scegliere una moglie mite e sottomessa, lo strumento perfetto per ottenere senza dare nulla in cambio.

Questo matrimonio è un fallimento per entrambi. Per lui, che in esso cerca un surrogato di ciò che avrebbe voluto e non ha mai avuto. Di lei, che ha rinunciato a vivere fino a compiere il gesto estremo. Un racconto scioccante e incredibilmente delicato, che ci mostra l’importanza di vivere il presente senza rimanere attaccati al passato e di non accettare compromessi, specialmente in un rapporto sentimentale.

E’ la premessa stessa dell’autore che ci spiega il racconto.

La riporto di seguito:

Chiedo scusa ai lettori se questa volta, al posto del Diario nella sua forma usuale, presento loro soltanto un racconto. Ma effettivamente sono stato occupato a lavorare ad esso per la maggior parte del mese. In ogni caso invoco l’indulgenza dei lettori.

Veniamo al racconto. L’ho definito nel sottotitolo “fantastico”, mentre lo considero al più alto grado realistico. In esso, tuttavia, v’è, effettivamente, un elemento fantastico, e precisamente nella forma della narrazione, ed è questo che ritengo necessario spiegare preliminarmente.

Il fatto è che non si tratta né di un racconto, né di memorie. Immaginatevi un marito che abbia dinanzi a sé sopra il tavolo la moglie suicida, gettatasi dalla finestra poche ore prima. Egli è sconvolto e non è ancora riuscito a raccogliere i propri pensieri. Vaga per la casa e si sforza di rendersi conto di ciò che è accaduto, di “ricondurre i propri pensieri. Vaga per la casa e si sforza di rendersi conto di ciò che è accaduto, di “ricondurre i propri pensieri a un punto unico”. Per giunta si tratta di un inguaribile ipocondriaco, di quelli che parlano da soli. E infatti egli parla da solo, racconta la cosa, se la chiarisce. Nonostante l’apparente coerenza del discorso, egli più volte si contraddice sia dal punto di vista della logica che da quello dei sentimenti. Egli si giustifica gettando la colpa su di lei e diffondendosi in spiegazioni estranee all’argomento: in ciò rivela sia rozzezza di pensiero e di cuore che profondità di sentimento. A poco a poco, effettivamente, egli chiarisce a se stesso la cosa “riconduce i propri pensieri a un punto unico”. La sequenza dei ricordi da lui evocati infine lo conduce ineluttabilmente alla verità; e la verità ineluttabilmente innalza il suo intelletto e il suo cuore. Verso la fine persino il tono del racconto muta rispetto al suo sciatto inizio. La verità si rivela al disgraziato in maniera abbastanza chiara e determinata, per lo meno per lui.

Ecco il tema. Naturalmente il processo del racconto si protrae per alcune ore, con interruzioni e salti, in forma confusa: ora egli parla con sé stesso, ora si rivolge a un invisibile ascoltare, a una sorta di giudice. Avviene, infatti, sempre così nella realtà. Se uno stenografo avesse avuto la possibilità di ascoltarlo e di trascrivere tutto quello che diceva ne sarebbe venuto fuori qualcosa di più ruvido e meno rifinito della mia narrazione, ma, a quanto mi sembra, l’ordine psicologico,  forse, sarebbe stato il medesimo. E’ appunto questa supposizione dello stenografo che abbia registrato tutto (dopo di che io avrei rifinito quello che lui aveva scritto) che io definisco “fantastica” in questo racconto. Ma in parte qualcosa di simile è già stato impiegato nell’arte: Victor Hugo, ad esempio, nel suo capolavoro L’ultimo giorno di un condannato a morte ha utilizzato pressoché lo stesso procedimento e, pur non avendo fatto ricorso allo stenografo, ha introdotto un elemento ancora più inverosimile supponendo che un condannato a morte sia in grado (e abbia il tempo) di scrivere degli appunti non solo nel suo ultimo giorno, ma persino nell’ultima ora e addirittura nell’ultimo istante. Ma se egli non avesse fatto ricorso a questa fantasia non sarebbe esistita neppure la sua opera che è la più realistica e la più vera di tutte quelle da lui scritte.

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